Negli ultimi giorni è tornata sotto i riflettori la storia della famiglia che vive tra i boschi di Palmoli (Abruzzo), i cui figli sono stati temporaneamente allontanati per una decisione del Tribunale per i Minori. Nell'ultima udienza del 4 dicembre, i giudici erano chiamati a decidere se i bambini potessero tornare a vivere con i loro genitori nel casolare senza elettricità né acqua corrente, ma la decisione è stata rinviata a data da destinarsi.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito conferma che l’obbligo scolastico dei bambini sia stato correttamente rispettato. Secondo il tribunale, infatti, non è tanto la mancata istruzione a rappresentare il problema, quanto l’assenza di confronti con coetanei, la scarsa socializzazione e la vita in condizioni ritenute non idonee alla crescita di bambini in età scolare. Questo caso ha riaperto il dibattito in Italia sull’Istruzione Parentale (Homeschooling), sull’educazione alternativa e sull’importanza del contesto sociale e relazionale per lo sviluppo dei ragazzi.
In Italia l’istruzione parentale è riconosciuta come alternativa legale alla frequenza scolastica, purché si rispettino alcune condizioni: i genitori devono comunicarlo ogni anno al dirigente della scuola del territorio, allegando un progetto didattico, e i ragazzi devono sottoporsi a un esame di idoneità annuale per verificare il rispetto dell’obbligo scolastico.
Tuttavia, il caso della famiglia nel bosco ha messo in luce i rischi quando l’istruzione è “solo educativa” e priva di contesti sociali, verifica strutturata e interazione con i propri pari. Si è parlato in questo caso di “Unschooling” piuttosto che di “Homeschooling”, a sottolineare la mancanza di programmaticità e di una struttura che favorisca il confronto e il dialogo. Il punto non è solo accertare che il bambino sappia leggere, scrivere o fare calcoli, ma garantire che cresca con relazioni e stimoli essenziali per lo sviluppo psicologico, sociale ed emotivo.
In questo senso, una scuola o un sistema educativo a 360° dovrebbero offrire anche spazi di dialogo, di inclusione, di benessere e non solo trasmissione di contenuti e nozioni.
In alcuni casi, l’istruzione parentale può rappresentare un’opportunità preziosa. Può essere una soluzione utile quando un ragazzo vive momenti di forte ansia, difficoltà relazionali o situazioni che rendono la scuola tradizionale fonte di stress. Per alcune famiglie che viaggiano molto o che vivono in zone lontane dai centri abitati, l’Homeschooling permette continuità nello studio senza interruzioni. È una strada percorribile anche quando lo studente pratica uno sport a livello agonistico o una disciplina artistica a livello professionale che gli impedisce di seguire le normali lezioni scolastiche. Se ben organizzata, con materiali adeguati e alternata a momenti di socializzazione regolari, l’istruzione parentale può essere una valida soluzione per famiglie e ragazzi che non riescono a rispettare i tradizionali ritmi scolastici.
Il caso della famiglia nel bosco fa riflettere su un tema fondamentale: la scuola e l’educazione non sono solo trasmissione di nozioni, ma costruzione di persone capaci di stare nel mondo.
Quando istruzione, relazioni, affettività e supporto sociale si uniscono, la formazione diventa uno strumento potente per prevenire fragilità, isolamento, disagio.
Se invece l’istruzione è fatta in solitudine, senza relazioni, senza confronto, rischia di lasciare un vuoto che può manifestarsi in molti modi.
Una scuola che insegna a essere cittadini, membri di una società inclusiva, parte di un mondo più grande, non è fatta solo di lezioni e voti, ma deve insegnare a crescere e a connettersi. In un momento in cui il dibattito su Homeschooling, diritti dei minori e benessere cresce, forse è il tempo di ripensare l’educazione come un progetto di comunità, non solo una questione individuale.